La pedagogia degli oppressi

Cito un paragrafo di un capitolo della mia tesi di laurea in Pedagogia interculturale dove sviluppo un concetto freuriano tratto da La pedagogia degli oppressi, di grande importanza e attualità sull'umanizzazione/disumanizzazione degli uomini e delle donne, visto come problema storico della società contemporanea 

1.3 Oppressione e Umanizzazione. Il teatro del mondo



 Straniero, non è solo l’immigrato, ma è anche l’oppresso. C’è un volume significativo che educa all’azione, alla costruzione di un mondo dove sia meno difficile amare, è un saggio carico di concetti che hanno traversato anni di rivoluzioni e generazioni. L’anno di pubblicazione della prima edizione del libro è il 1968, il suo autore e Paulo Freire e il testo di cui parlo è Pedagogia do oprimido, la cui prima edizione italiana è del 1971 e s’intitola Pedagogia degli oppressi . Esaminerò quest’opera che figura tra i testi più significativi del pensiero pedagogico del Novecento, considerata tra i contributi fondanti della moderna educazione degli adulti. “Ad oggi il testo è stato tradotto in più di 17 lingue e su di esso esiste una consistente produzione critica fatta di articoli, monografie, tesi universitarie.” Nei primi tre capitoli, Paulo Freire affronta le problematiche dell’umanizzazione/disumanizzazione degli uomini e delle donne, vista come problema storico e realtà delle società contemporanee. Definendo i termini “oppressi” e “oppressori”, Freire analizza i rapporti tra gli stessi. Pur essendo un classico dell’educazione degli adulti, il libro “rivela la propria attualità essenzialmente nel fatto di affrontare questioni fondanti e radicali dell’agire umano”. Negli anni, la prospettiva freiriana è stata accolta e adottata nell’educazione extra-scolastica, nel volontariato e nel no-profit, negli interventi di animazione sociale e di comunità, anche nei gruppi ecclesiali e di impegno sociale (l’Università di Bologna e l’Ateneo Salesiano di Roma) . Dopo un periodo di disinteresse nei confronti della pedagogia freiriana, negli ultimi dieci anni, sia in Italia che in Europa, è tornato un rinnovato interesse verso questo testo, per gli interventi educativi ispirati ai princìpi freiriani, presenti in situazioni d’ingiustizia, marginalità e esclusione sociale. Quella che Freire descrive nel suo scritto è una lotta degli oppressi verso la libertà dall’oppressione e tale liberazione non avverrà per caso ma in seguito a una ricerca che porta alla conoscenza della necessità di lottare per ottenerla. In un ordine sociale ingiusto, dove domina una falsa generosità alimentata da ragioni che giustificano tale falsa carità, la lotta degli oppressi è un atto d’amore attraverso cui “si opporranno al disamore contenuto nella violenza degli oppressori, anche quando essa si maschera di falsa generosità.” Nel percorso di liberazione dall’oppressione, è necessaria la pedagogia dell’oppresso, “che non può essere elaborata dall’oppressore, è uno degli strumenti per questa scoperta critica: gli oppressi che scoprono se stessi e gli oppressori che sono scoperti dagli oppressi come manifestazione di un processo disumanizzante.” Freire elabora una teoria della liberazione degli oppressi attraverso l’azione. Nel quarto capitolo del suo libro infatti, analizza teorie dell’azione culturale che si sviluppano da matrici dialogiche e anti dialogiche. A differenza degli animali che sono esseri del puro “fare”, vivendo immersi nel mondo, gli uomini possono contribuire a conoscerlo e trasformarlo con il lavoro, perché sono esseri del “che fare”, e per spiegare questo concetto, Freire cita Lenin: “Senza teoria rivoluzionaria non ci può essere movimento rivoluzionario” . Non bastano dunque il verbalismo e l’attivismo per fare una rivoluzione ma la prassi, ossia con la riflessione e l’azione che influiscono sulle strutture in trasformazione. (…) Gli oppressi nell’illusione di fare qualcosa, continuano a essere manipolati, ed esattamente da coloro che non dovrebbero farlo, in ragione della natura della loro funzione.” E così, la vera rivoluzione secondo colui che è stato uno dei più autorevoli pedagogisti del XX secolo, “prima o poi, deve aprire il dialogo coraggioso con le masse; la sua legittimità si trova in questo dialogo, e non nel ristagno o nella menzogna.” La conclusione del saggio di Paulo Freire, lo studioso brasiliano, imprigionato e costretto all’esilio in Cile, Stati Uniti e Svizzera, è piena di speranza e amore, ed è rappresentata dall’incontro tra l’oppresso e l’oppressore, dove la teoria anti dialogica serve all’oppressore e la teoria dialogica serve alla liberazione dell’oppresso, costruita insieme al popolo, anch’esso oppresso 
dalla leadership rivoluzionaria.