«Il sottosuolo» è il regno di Siravo

Un uomo malato e malvagio, il suo servo e una prostituta, fuoriescono dal “sottosuolo” di Giuseppe Argirò, il drammaturgo e regista che trasforma le «Memorie del sottosuolo» di Dostoevskij
in uno spettacolo dove traghetta la disperazione di un uomo condannato al niente dalla sua stessa consapevolezza e il niente è un posto inquietante e pieno di dolore, ma l’unico possibile in una società fatta di uomini incapaci di coesistere dignitosamente. Il personaggio descritto minuziosamente dal romanziere russo, ne «Il sottosuolo» di Argirò, ha la voce e lo sguardo intenso e impenetrabile del carismatico Edoardo Siravo, che lascia ai posteri oppure a se stesso, nel tempo limitato di una vita, le memorie di un uomo erudito, sensibile eppure incapace di esprimere sentimenti nobili e duraturi. Pare che la riluttanza verso le cure mediche, indispensabili per il mal di fegato, dimostrano il desiderio di provare piacere nella sofferenza fisica. L’interlocutore privilegiato del protagonista è il pubblico, ma sulla scena è il fedele e rassegnato servo, l’impeccabile Renato Campese, per suggerire al padrone, il dovere e l’urgenza di vivere, mentre la sua esistenza appare come una visione appannata, un foglio ingiallito come le pagine di un vecchio diario. Il sottosuolo è il regno dove Siravo sostiene a fatica lo scettro di un re detronizzato, indossando i panni di un uomo finito che vuole ricordare a Lisa, la giovane e bella prostituta interpretata da Silvia Siravo, che incontra in una casa di malaffare, la bellezza della vita, persino dell’amore. 

di Tania Croce  

  In foto Edoardo Siravo

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