Ecuba di Giuseppe Argirò

Nella traduzione di Filippo Maria Pontani di Tutte le tragedie di Euripide, leggo che Le Nuvole di Aristofane (rappresentate nel 423) richiamano alcuni versi dell'Ecuba che risale al 425-24 a. C.

La recensione
Nell'adattamento di Argirò, è sottolineato il freddo delle terre di Tracia, precisamente ci troviamo sul lido Chersoneso trace, nel campo dei Greci reduci da Troia. E' l'alba e al posto delle prigioniere troiane che compongono il Coro, alloggiate accanto ad Agamennone, c'è una sola Corifea rappresentata con intensità da Maria Cristina Fioretti, che un po' racconta e un po' partecipa all'azione, affiancata dall'Ancella coraggiosa ed eloquente, interpretata abilmente da Elisabetta Arosio.
La Corifea e l'Ancella sostengono Francesca Benedetti nei panni di Ecuba, la vecchia regina spodestata dal suo trono e ridotta anch'essa in schiavitù, privata d'ogni bene e dell'amore dei figli, soprattutto di Polidoro, custodito per volere di Priamo, suo padre, dall'amico Polimèstore (Gianluigi Fogacci) che lo uccide a sua insaputa. Il dolore di Ecuba è sordo, come l'oblio nel quale sprofonda alla notizia che la bellissima figlia Polìssena, è reclamata da Achille per essere scannata sul suo tumulo. Così Ulisse viene a prendere l'ennesima vittima sacrificale e a nulla valgono le parole della madre.
Ma Polìssena sceglie di sacrificarsi anziché continuare a vivere da schiava e senza dignità. "Vivere che significa? Ero figlia del re dei Frigi, quando venni al mondo; liete speranze di nozze regali mi nutrirono... la vita senza onore è una tortura". E così Polìssena procede scalza verso il suo destino, con una veste bianca candida e pura come la sua verginità e gli applausi di consenso e commozione provengono da un pubblico colpito dalla bellezza e dalla bravura di Viola Graziosi che svanisce con eleganza e grazia.
Entra Taltibio, mandato da Agamennone, ad annunciare a Ecuba, l'ordine degli Atridi e dell'armata greca, di seppellire sua figlia. C'è struggimento nelle parole e nei gesti di Graziano Piazza e il suo modo di rappresentare il messaggero Taltibio, schiavo e disperato, costituisce uno dei momenti più alti della prima di ieri al Teatro Arcobaleno.
Nonostante la bravura del cast, non trovo azzeccata la scelta di alcune calzature e abiti indossati dagli attori a partire dalle scarpe da ginnastica di Ecuba, gli anfibi militari dell'Ancella, la bombetta, il bastone e i guanti bianchi di Agamennone (Sergio Basile) e il tait di Ulisse (Maurizio Palladino). Sono inopportuni anche i fiori portati e poi strappati dalle mani dell'Ancella e della Corifea da parte di Polimèstore. Pur nell'intenzione del regista di ribaltare i piani e i politici in borghesi e burocrati come nel caso di Ulisse in tait, o di Agamennone in bombetta, guanti e bastone, tale da collocarlo a fine '800 e Polimèstore un cialtrone assetato di denaro, la scelta degli abiti a mio modesto parere non sortisce l'effetto desiderato, sminuendo l'azione e le parole pronunciate dagli eroi euripidei. 
La novità assoluta del teatro euripideo è comunque rappresentata dal realismo con il quale il drammaturgo tratteggia le dinamiche psicologiche dei suoi personaggi. L'eroe descritto nelle sue tragedie non è più il risoluto protagonista dei drammi di Eschilo e di Sofocle, ma sovente una persona problematica ed insicura, non priva di conflitti interiori, le cui motivazioni inconsce vengono portate alla luce ed analizzate.
Lo spettacolo che necessita di un rodaggio, è un omaggio alla tragedia greca nel tentativo da parte del regista di mostrare l'indifferenza degli dei e la mano dell'uomo celata dietro ogni azione malvagia.

di Tania Croce


Cos'è Nerium Park?

Cos'è Nerium Park?
Un anno di vita raccontato in un'ora. 
I protagonisti sembrano essere Bruno e Marta, la giovane coppia di sposi che decide di acquistare un appartamento in un complesso residenziale nuovo con piscina.
In realtà il protagonista è il mistero che chiude la pièce attraverso il grido di dolore di Marta.
L'illusione di essere marito e moglie, conduce Alessandro Palladino e Chiara Baffi a fare delle scelte importanti: matrimonio, vita insieme, un figlio.
Vivono nell'attesa di fare amicizia con dei vicini ma sono i soli ad abitare in quel complesso di nuova costruzione. Bruno nuota nella piscina che pare esista solo per loro, ma l'ascensore è rotto da un mese e non arriva nessuno per aggiustarlo.
L'isolamento in cui i due si ritrovano a vivere, li mette di fronte alla realtà, all'essenza delle cose.
Possono bastare delle scelte apparentemente felici per essere davvero felici?
Così l'amore si trasforma.
Forse il Nerium Oleander, ha avvelenato la vita della coppia e l' appartamento in cui si svolge la scena, si trasforma in una prigione.
E' la seconda opera che leggo e vedo a teatro di Josep Maria Mirò, diretto questa volta da Mario Gelardi, con la Produzione Nuovo Teatro Sanità e che giunge a Roma dopo Firenze, Napoli, Caserta.
E' un lavoro introspettivo acuto dove il non detto, conta più delle parole. 
Mi ha colpito particolarmente la scelta registica di raccontare i 12 mesi dell'anno, in base allo stato d'animo degli interpreti, giocando sullo spazio che da luminoso diventa angusto e il buio prende il posto della luce rappresentata dalle due belle lampade laterali. Il divano è il microcosmo intorno al quale ruotano gli attori ma non basterà a tenerli insieme. 
Josep Maria Mirò racconta i nostri tempi. Lo spettacolo tradotto in italiano da Angelo Savelli, è da vedere!

di Tania Croce


SPAZIO DIAMANTE / 21-24 MARZO
da giovedì a sabato ore 21, domenica ore 17
Via Prenestina 230B tel:+390627858101 - info@spaziodiamante.it
Prezzo 18€


Ufficio stampa Milena Cozzolino e Antonella D’arco pressnuovoteatrosanita@gmail.com
Cecilia Brizzi c.brizzi@brizzicomunicazione.it - mob. 334.1854405
Monica Menna monicapress88@gmail.com - mob. 328.9448311

I giganti della montagna, la prima al Teatro Eliseo

La recensione
Oltre la vita trappola, che ci costringe a incontrare moltissime maschere e pochi volti, si spinge l'ultimo capolavoro incompiuto di Pirandello, che ci è apparso ieri tra luci colorate, attori straordinari vestiti da fantocci e Scalognati, illuminati da un mago che induce all'incanto delle parole e dei sogni dove prima c'era la fredda ragione, ossia colei che ci tiene a galla nel mare dell'esistenza.
Tra le rovine di un teatro antico ormai distrutto e tendaggi lunghissimi, sullo sfondo di una luna piena che veglia sulla follia degli uomini, il mago Cotrone accoglie nella sua villa, la Compagnia della Contessa, ossia un gruppo d'attori guidati da Ilse, i quali smarriti, cercano il luogo adatto dove poter rappresentare La favola del figlio cambiato, la penultima opera teatrale di Luigi Pirandello.
Cotrone invita la rossa e bellissima Ilse (Federica Di Martino), una donna affranta e disperata, a recitare nell'incanto della villa, questa novella oppure tra i giganti della montagna, potenti signori occupati in opere grandiose.
La magia, la speranza e soprattutto la paura dell'imminente fine, conclude il secondo tempo.
La vita e la morte s'incontrano tra mezzi teatrali e visioni, verità e finzione, in questo dramma testamento dell'autore di Girgenti, che conclude la trilogia pirandelliana di Gabriele Lavia, un attore e regista immenso ed eccezionale, che ha mostrato in questa pièce il talento prodigioso dei bambini, capaci d' inventare storie a cui credono, una magia che l'umanità ha smarrito.

di Tania Croce



I giganti della montagna
di Luigi Pirandello

con
Federica Di Martino, Clemente Pernarella, Giovanna Guida, MauroMandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Le Pera, Luca Massarola Compagnia della Contessa
Gabriele LaviaCotrone detto il Mago
Nellina Laganà, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, DanieleBiagini, Marika Pugliatti, Beatrice Ceccherini - iNuovi: gli Scalognati
Luca Pedron - iNuovi, Laura Pinato - iNuovi, Francesco Grossi - iNuovi
Davide Diamanti - iNuovi, Debora Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese
Eleonora Tiberiai Fantocci (personaggi della Favola del figlio cambiato)

Scene Alessandro Camera
Costumi Andrea Viotti
Musiche Antonio Di Pofi
Luci Michelangelo Vitullo
Maschere Elena Bianchini
Coreografie Adriana Borriello
   
Regia Gabriele Lavia

Produzione FONDAZIONE TEATRO DELLA TOSCANA
in coproduzione con TEATRO STABILE DI TORINO, TEATRO BIONDO DI PALERMO
con il contributo di REGIONE SICILIA
e con il sostegno di ATCL - ASSOCIAZIONE TEATRALE FRA I COMUNI DEL LAZIO, COMUNE DI MONTALTO DI CASTRO, COMUNE DI VITERBO



La gente di Cerami

Due impeccabili attori come Massimo Wertmuller e Anna Ferruzzo e due musicisti come Alessio Mancini al flauto/chitarra Sergio Colicchio alla tastiera/fisarmonica, con la regia di Norma Martelli e la direzione artistica di Nicola Piovani, danno vita al vociare dei personaggi descritti magnificamente da Vincenzo Cerami nella sua raccolta di racconti brevi del 1993 intitolata "La gente".

Storie fulminanti, vicende quotidiane con uomini che mostrano le fragili impalcature su cui si sorregge una precaria normalità. Squarci di vita percorsi da brividi di stranezza, giocosità e dolore in un'Italia che senza clamori continua a digerire i suoi mali. 
Lo scrittore lancia strali fatti di "povere parole"; e nella narrazione dal ritmo sempre serrato, sospesa in un'atmosfera oscillante tra la satira e l'enigma, sottili inquietudini si affacciano e si insinuano disseminando di colpi di scena ogni racconto.

In questo splendido atto unico, cambiano tempi e costume, abitudini, cappelli e stati d'animo Massimo e Anna, incontrandosi, corteggiandosi, ridendo, piangendo, sussurrando, declamando e cantando come solo due grandi interpreti sanno fare e regalando agli spettatori, immagini splendide della Roma petroliniana e di quella del boom economico, e portando in scena belle anime, fragili oppure ridicole ma sempre e comunque straordinarie.

Lo spettacolo che diverte e fa riflettere sulla fragilità di noi umani, sarà in scena dal 7 al 17 marzo, regalando grandi e belle emozioni.

I racconti di  Vincenzo Cerami sono adattati da Aisha Cerami con Massimo Wertmuller e Anna Ferruzzo, musiche di Nicola Piovani eseguite dal vivo da  Alessio Mancini flauto/chitarra Sergio Colicchio tastiera/fisarmonica, regia di Norma Martelli
spazio scenico Sandra Viktoria Müller
costumi Silvia Polidori
disegno luci Danilo Facco
ufficio stampa Daniela Bendoni
organizzazione Rosi Tranfaglia
produzione COMPAGNIA DELLA LUNA
Direzione artistica Nicola Piovani
di Tania Croce

Il principio di Archimede

"Siamo tutti spaventati" è la battuta conclusiva pronunciata da Anna ne Il principio di Archimede (El principi d'Arquimedes - Arola Editors 2012), una summa del testo e del messaggio lanciato dal suo autore Josep Maria Miró, giunto a Roma per presentare allo Spazio Diamante con Pupi e Fresedde - Teatro di Rifredi, il libro Teatro, edito da Cuepress e tradotto dal regista Angelo Savelli in collaborazione con Josep Anton Codina e per assistere allo spettacolo tornato nella Capitale per la seconda volta (la prima nel 2015 al Teatro L'Aura) dopo un viaggio lunghissimo che ha toccato la Spagna, la Russia, La Grecia, l'Inghilterra, il Messico, gli Stati Uniti, il Brasile, la Germania, l'Uruguay, Cipro, la Turchia, la Polonia, l'Argentina, la Romania, l'Ecuador, il Porto Rico e l' Italia a Firenze; Impegnato come drammaturgo e immerso nel mistero che avvolge il nostro animo, Josep Maria Miró sviscera nella sua pièce il dubbio che condiziona le nostre azioni incerte, impaurite e contaminate da una realtà piena di quesiti.
Il teatro degli interrogativi dell'autore catalano originario di Vic (Barcellona), mette insieme le domande che si susseguono nel copione, nel tentativo di comprendere gli altri e noi stessi.
Come nel principio di Archimede dove ogni corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l'alto pari al peso del volume del liquido spostato, nell'omonima opera teatrale, i quattro personaggi: Jordi, Hector, Anna e David, sono spinti dalle dicerie, dai social, nello specifico da facebook e dalle diverse verità comunicate, dal basso del pettegolezzo verso l'alto della dignità e della reputazione a incolparsi e scolparsi, accusarsi e difendersi dalle accuse del mondo esterno.
Lo spavento domina e conclude l'atto unico in cui Giulio Maria Corso, Monica Bauco, Riccardo Naldini e Samuele Picchi, consumano i propri perché dentro lo spogliatoio di una piscina.
Il dialogo è pieno di battute interrotte di colpo e di punti interrogativi, la scena è animata da déjà-vu e flashback come fosse la fotografia dei nostri pensieri più che delle azioni compiute, dei ricordi che si agitano nella nostra mente, nel tentativo di restare a galla come il corpo immerso in un liquido teorizzato da Archimede.
E' stata un'esperienza forte, assordante come il rumore dei vetri in frantumi che paralizza, inquieta, sconcerta.

di Tania Croce

Le Troiane di Argirò all'Arcobaleno

DAL 1 AL 10 MARZO 2019
Le Troiane di Seneca

Drammaturgia e regia Giuseppe Argirò

con Cinzia Maccagnano, Maurizio Palladino, Maria Cristina Fioretti, Marco Prosperini, Silvia Falabella e Filippo Velardi

Le Troiane costituiscono l’espressione migliore del talento drammatico di Seneca. L’autore latino si emancipa dal modello euripideo, rappresentando con maggiore decisione l’orrore del conflitto sullo sfondo della città distrutta. Protagonisti della tragedia sono i vinti: le donne troiane, testimoni di un eccidio etnico e culturale, simboleggiano la parte più vulnerabile della società, colpita senza pietà dalla guerra, da ogni forma di conflitto. Troia, infatti, potrebbe essere oggi qualsiasi città del Medio Oriente, basti pensare alla bellissima zona dell’antica città romana di Palmira devastata dalle orde barbariche del terrorismo islamico. La scrittura di Seneca ci ricorda che nessuno di noi ha la coscienza pulita e il silenzio complice è il peggiore dei misfatti.

 SABATO ORE 21.00
DOMENICA ORE 17.30
La recensione
Trovo che quella di Giuseppe Argirò, sia una missione di umanesimo attraverso l'adattamento e la regia de Le Troiane di Seneca, che vorrei paragonare ad uno spettacolo teatrale su altri oppressi nella storia: gli Ebrei. Tale dramma è Akropolis, di Wyspianski, diretto da Jerzy Grotowski e inserito nella mia tesi di laurea Il teatro come veicolo d'intercultura. 
Nella Cattedrale di Cracovia, si svolge l’azione, durante la notte della Resurrezione, dove i personaggi degli arazzi e delle sculture rivivono episodi dell’Antico Testamento e dell’antichità, come radici primordiali della tradizione europea. “L’autore ha concepito la sua opera come visione panoramica della cultura mediterranea, la cui trama caratteristica si troverebbe simboleggiata nell’Acropoli polacca.”
In questa visione del “cimitero della tribù” come la definisce Wyspianski, sia il poeta che il regista concordano nell’intento di “raffigurare la somma di una civiltà e verificane i valori, assumendo come pietra di paragone il contenuto dell’esperienza contemporanea.”
“Contemporaneo” per Grotowski, coincide con la seconda metà del ventesimo secolo, e questo rende crudele la visione del regista che proietta la storia nel fumo e nelle esalazioni di Auschwitz, non più nelle effigi immortali dei monumenti del passato. Quindi il “cimitero delle tribù” dove vagava il poeta della Galizia, si trasforma in un “cimitero” nel vero senso del termine, “tale da trasformare le più audaci figurazioni poetiche in realtà.” Il regista mostra l’orrore e la bruttezza della sofferenza, dove “l’umanità viene ridotta a primari riflessi animali: in una promiscuità malsana carnefici e vittime si confondono.”
Fui colpita dalle scene a cui assistevo, in un'altra lingua, dialoghi incomprensibili e pieni di pathos, la lotta di Giacobbe e l’Angelo, il dialogo d’amore di Paride ed Elena, il lavoro estenuante degli internati condotti nei forni crematori, miseramente, senza speranza alcuna di salvarsi. 
La rappresentazione “è concepita come parafrasi poetica di un campo di concentramento” in questo Teatro Laboratorio. In Akropolis, gli attori rappresentano l’esperienza estrema: la morte, mentre gli spettatori si sono fermati nell’ambito della vita corrente. Si ha come l’impressione che i morti siano generati da un sogno dei vivi. 
Nelle Troiane è mostrato l'orrore di ogni guerra. Un mare impetuoso introduce e porta con se sul finale i personaggi della vicenda che si apre con il ricordo straziante di Ecuba. La donna è vestita di nero, avvolta dal fumo di una città ormai distrutta. Molti uomini sono morti e forse la morte li ha salvati da un presente dove ogni esistenza è fragile e minacciata. I sacrifici umani finora compiuti sono stati inutili come quello di Ifigenia da parte di Agamennone eppure Ulisse vuole uccidere il piccolo Astianatte, figlio dell'eroe troiano Ettore, per scongiurare il pericolo che ricostruisca la città.
Pirro è animato dal proposito di uccidere Polissena, figlia del re di Troia, perché ritenuta causa della morte di suo padre Achille.
Vincitori e vinti continuano ad alimentare odio e la guerra prosegue tra le ceneri di una città che fu grandiosa. 
Tra uomini che indossano divise militari come fossero SS nazisti e donne mogli e madri straziate dalla perdita dei propri mariti e figli,  si consuma un atto unico d'immensa bellezza dove alle donne è affidata la responsabilità e il peso di una testimonianza e il racconto della bellezza della vita e la rassegnazione di fronte alla morte.

di Tania Croce

Se questo è un uomo per non dimenticare

C'era un pubblico giovanissimo silenzioso e attonito ieri sera al reading di Daniele Salvo che a 70 anni di distanza, rievoca le parole di "Se questo è un uomo" di Primo Levi, dov'è raccontata una delle pagine più atroci della storia di tutti i tempi, quella dei lager nazisti dove vennero gettati violentemente uomini, donne e bambini, di cui non si seppe più nulla, di alcuni solo foto strazianti di visi e di corpi accatastati senza vestiti, capelli, dignità.
In un campo di 'annientamento', su 650 ebrei italiani ne sopravvivono 20, di cui uno, un chimico chiamato Primo Levi, decide di raccontare, una volta liberato, l'orrore vissuto nei tre anni di lavoro forzato e spietato, al gelo in un tempo senza calore umano, senza pietà, senza sogni, senza affetti, senza futuro.
Nel suo memoriale, un diario lucido e suggestivo degli anni nel campo di distruzione degli ebrei, Levi scrisse pagine agghiaccianti eppure utili per far sapere ciò che accadde in quel periodo e le parole scritte e impresse dolorosamente nel suo libro, scorrono nello spettacolo omaggio di Daniele Salvo, il quale, affiancato da Martino Duane, Patrizio Cigliano e Simone Ciampi, tra musiche assordanti, i rumori delle bombe e le immagini strazianti di quei luoghi e di quei corpi, occhi, volti, s'immerge e annega tra le voci dei narratori come un'eco di quest'umanità massacrata e dimenticata.

E' stato come sprofondare nel dolore e nelle ferite di un'umanità che la storia non ha saputo rimarginare.
Questo viaggio evocativo e assordante, sarà al Ghione fino al 10 marzo. 

di Tania Croce

Shakespeare Re di Napoli

La dominazione spagnola del '600 è lo scenario di Shakespeare Re di Napoli di Ruggero Cappuccio, il fortunato testo in napoletano antico che, come in una favola, racconta laddove la comprensione giunge, l'entusiasmo carnevalesco di Zoroastro (Ciro Damiano), l'amico alchimista di Desiderio (Claudio Di Palma) dotato di una solarità e un ottimismo fuori dal comune.
Si narra di un viaggio in Inghilterra, di un certo Wuacca (W. H), ossia Willie Huges, di un forziere contenente versi sbiaditi e seducenti.
Siamo nella Napoli dominata dagli spagnoli in un altro copione che vorrei prendere in esame, dove il capopopolo Masaniello (interpretato da Domenico Modugno) osò sfidare i Viceré approfittando di un giorno di festa come scrisse Eduardo nel suo dramma storico Tommaso d'Amalfi (Cantata dei giorni dispari, Einaudi, 1966), per ribellarsi alle gabelle (tasse) imposte al popolo. Nel 1994 Cappuccio narra le prodezze di Zoroastro per introdursi nel castello del Viceré travestito da donna, perché a carnevale il travestimento è d'uopo.
Mentre quella di Masaniello fu una rivoluzione durata dieci giorni, per ricostruire la quale Eduardo attinse a testi francesi del '600 come L'Histoire de la rèvolution du Royaume de Naples dans les années 1647/1648 di M. De Lussan edita a Parigi e ad altri testi storici, che ho citato perché A. Barsotti scrisse nell'introduzione di quest'opera che nella stesura di questo copione "Riaffiora senza dubbio, dalla memoria scenica dell'autore la lezione appresa da Shakespeare: per l'uso del teatro nel teatro e per l'innesto del comico nel tragico", quello di Zoroastro e di Desiderio è un incontro poetico e indissolubile attraverso due linguaggi così diversi e musicali come il napoletano e l'inglese.
L'innesto del comico nel tragico è presente anche in questo atto unico di rara bellezza che compie venticinque anni accompagnato dagli applausi e dai successi meritatissimi anche fuori dall'Italia.
L'Inghilterra pestilenziale, la Napoli dominata dagli spagnoli s'incontrano ma quella è la vita reale, mentre il mondo visionario e fantastico dei due protagonisti, li conduce altrove.
La cornice senza tela è il quadro conclusivo in cui è inserita la magnifica fiaba teatrale dell'autore, la visione dell'altrove all'ennesima potenza.

di Tania Croce


                                      La tesi di laurea di cui ho citato alcuni passaggi

La commedia di Gaetanaccio

Era il 1978 quando Gigi Proietti con Luisa De Santis, Daria Nicolodi e gli allievi del Laboratorio di Esercitazioni Sceniche, per il Brancaccio ha prodotto e messo in scena il primo grande spettacolo per il quale scrive assieme a Piero Pintucci (autore degli arrangiamenti), le bellissime canzoni; i testi sono di Gigi Magni. È il 2019 e torna a teatro dopo più di quarant'anni, la storia di Gaetano Santangelo detto Gaetanaccio, un burattinaio ribelle che sopravvive nella Roma papalina di fine '800 tra le piazze e il carcere e sognando una vita migliore nel suo teatrino delle marionette con l'amata Nina. Questa volta è Giorgio Tirabassi a indossare gli abiti lisi del burattinaio romano che passa il tempo a lottare contro i morsi della fame e a sognare senza scendere mai a compromessi, cantando sotto la finestra della sua Nina, la seducente popolana, l'attrice e cantante Carlotta Proietti, la quale incanta attraverso la sua voce soave e la mimica paterna. Traversa i due tempi la figura della morte, interpretata dalla splendida Elisabetta De Vito, la quale indossa anch'essa un costume meraviglioso realizzato da Santuzza Calì.
Un personaggio emblematico è quello interpretato da Carlo Ragone, Fiorillo, giunto nella casa di Gaetano come una condanna o una benedizione. Ragone ha le movenze di una marionetta, è uno zanni abilissimo ossia un personaggio del teatro comico dell'antica Roma, divenuto in seguito maschera della commedia dell'arte. E' somigliante agli amati burattini di Gaetanaccio, per cui quando finge di essere colpito a morte dal burattinaio, s'irrigidisce come uno dei suoi burattini di legno, ingannando il sognatore e ingenuo uomo del popolo.
E così l'inventore di Rugantino, rivive sulle tavole del teatro Eliseo, con il volto e la voce di Tirabassi, il quale regala al pubblico della prima e ai tanti vip presenti, primo fra tutti Gigi Proietti, Pippo Baudo, Paola Gassman, Ugo Pagliai, Lina Sastri, Gennaro Cannavacciuolo, Francesco Pannofino ed Emanuela Rossi una bella commedia diretta abilmente da Giancarlo Fares.

di Tania Croce




Produzione Teatro Eliseo
Personaggi e interpreti: 
Giorgio Tirabassi          Gaetanaccio
Carlotta Proietti           Nina
Carlo Ragone               Fiorillo
Elisabetta De Vito        Morte
Daniele Parisi               Governatore / Prologo
Marco Blanchi              Porporato
Enrico Ottaviano         Meo Patacca / Papa
Pietro Rebora               Carceriere / Gentiluomo / Guitto
Matteo Milani              Scaramuccia / Graduato / Guardia Svizzera
Martin Loberto            Gendarme / Guitto / Gentiluomo
Viviana Simone            Guitto / Passante

Musicisti in scena
Massimo Fedeli piano e fisarmonica
Diego Bettazzi clarinettista - flautista
Stefano Ratchev violoncellista
Claudio Scimia violinista - chitarrista
Alessandro Vece violinista – mandolinista - pianista

Costumi e burattini Santuzza Calì
Scene Fabiana Di Marco
Light designer Umile Vainieri
Sound designer Manuel Terralavoro
Vocal Coach Maestro Massimo Fedeli


Coreografie Ilaria Amaldi
Durata: 2 ore compreso intervallo


TEATRO ELISEO
Da martedì 19 febbraio a domenica 10 marzo 2019

Orario spettacoli:
martedì, giovedì, venerdì e sabato ore 20.00
mercoledì e domenica ore 17.00
Sabato 23 febbraio doppio spettacolo ore 16.00 e ore 20.00

Biglietteria tel. 06.83510216
Giorni e orari: lun. 13 – 19, da martedì a sab 10.00 – 19.00, dom 10 - 16
Via Nazionale 183 – 00184 Roma
Biglietteria on-line www.teatroeliseo.com e www.vivaticket.it
Call center Vivaticket: 892234
Prezzi da 15 € a 35 € 


UFFICIO STAMPA TEATRO ELISEO
Maria Letizia Maffei

Antonella Mucciaccio




Marco Falaguasta e Lady burocrazia al Golden

In scena al teatro Golden dal 5 al 24 febbraio 2019, troviamo Lady burocrazia e il cittadino medio: Sara e Marco. Sarà possibile trasformare in futuro, attraverso il linguaggio evoluto delle nuove generazioni questo rapporto conflittuale in una convivenza onesta? E' il quesito emerso dallo spettacolo "Cotto e stracotto" con Marco Falaguasta e Sara Sartini, diretto da Tiziana Foschi e scritto con Alessandro Mancini. Ieri  pomeriggio ho riso e riflettuto parecchio con Marco, un ragazzo della mia generazione alle prese coi problemi di ieri e il nuovo linguaggio del web, aggregante per i figli e ancora lontano dalle nostre amate abitudini, Abituato anzi rassegnato a tutto, Marco si racconta, correndo come un runner allenato tra le disastrose file negli uffici della Capitale, per ottenere i permessi necessari per aprire una bella pizzeria, oppure per contestare la multa ricevuta dalla madre, per eccesso di velocità, il momento sicuramente più divertente e ironico dello spettacolo.
Forse la soluzione per i cittadini romani è affittare un cassonetto, dotandoli di una bottiglietta di #iodopovidone, un disinfettante antibatterico più efficace dell'acqua ossigenata, che pare nel tempo diventi acqua marcia e anziché disinfettare, infetta.
Scopritelo al Teatro Golden.
  
di Tania Croce


PennadorodiTania CroceDesign byIole